Tiziana Di Masi e Andrea Guolo

La città dei narratori 2022

Montefiascone, Biblioteca

28 maggio 2022 ore 17

I volontari in Italia sono circa 6 milioni. Si occupano di ogni tipo di bisogno, povertà ed emergenza. Dal 2018, Tiziana Di Masi (attrice) e Andrea Guolo (autore) portano in scena in tutto il Paese lo spettacolo teatrale #IOSIAMO: dal debutto al Teatro Elfo Puccini (Milano) ai teatri di oltre 30 città. Parti dello spettacolo sono state rappresentate anche al Senato della Repubblica (9 novembre 2019) e a Padova per la presentazione della città come Capitale europea del volontariato, con la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (7 febbraio 2020). 

Ora lo spettacolo continua, in altre città italiane. 

Di cosa parla #IOSIAMO? Racconta storie vere di personaggi, associazioni, sportelli, centri di accoglienza, centri di ascolto… in tutto il Paese. Dodici capitoli, dodici aspetti diversi dell’aiuto a chi è più debole, a chi si vede negare i propri diritti, a chi deve ricostruire la propria vita, a chi ha bisogno di sostegno nella malattia e nelle calamità naturali, ai bambini, al patrimonio artistico del nostro Paese. Dodici appelli a ciascuno di noi, per unirci, nei limiti delle nostre possibilità, a questo meraviglioso “esercito del bene”.

Tiziana Di Masi, Andrea Guolo, #IoSiamo.Storie di volontari che hanno cambiato l’Italia (prima, durante e dopo la pandemia), Edizioni San Paolo 2021, pp. 224, euro 19,00.

Tiziana Di Masi, attrice di “teatro sociale”, come si definisce, è una delle voci di riferimento del  teatro civile in Italia. I suoi spettacoli di punta sono Mafie in pentola. Libera Terra, il sapore di una  sfida (2010), Tutto quello che sto per dirvi è falso (2013) e #IOSIAMO. Dall’io al noi (2018).

Andrea Guolo, giornalista professionista specializzato in economia, scrittore e autore teatrale, ha pubblicato libri per le edizioni Franco Angeli, Marsilio, Morellini, tra cui La borsa racconta (2007, Franco Angeli), Uomini e carne. Un viaggio dove nasce il cibo (2009, Franco Angeli) e Costruttori di bellezza (2014, Marsilio). Attualmente scrive per gli editori Class, Pambianco e per altre testate italiane ed estere.

Gang

La città dei narratori 2022

Montefiascone Rocca dei papi

27 maggio ore 22,00

Sandro e Marino Severini, marchigiani di Filottrano (Ancona), fondano il primo gruppo (Ranxerox) sul finire degli anni Settanta; cambiano poi nome in Paper’s Gang e, definitivamente, in The Gang nel 1983. Avendo come principale riferimento musicale i Clash, iniziano l’attività discografica cantando in inglese e autoproducendo prima l’extended play con otto brani “Tribe’s union” (1984), poi l’album BARRICADA RUMBLE BEAT (1987).
Mentre la vena esplicitamente punk si amplia con influenze rhythm&blues, il gruppo firma per la CGD e pubblica REDS (1989), che risente di una fresca passione per il folk (al disco collabora Ambrogio Sparagna, organettista).
La svolta verso i testi in italiano matura all’inizio degli anni Ottanta e si concretizza in una trilogia discografica aperta da LE RADICI E LE ALI (1991), proseguita da STORIE D’ITALIA (1993, prodotto da e scritto con Massimo Bubola) e conclusa da UNA VOLTA PER SEMPRE (1995).
Il forte impegno politico e sociale dei testi è costante (il brano più significativo ne è forse “200 giorni a Palermo”, da STORIE D’ITALIA), mentre nella band entra il tastierista e fisarmonicista Andrea Mei e iniziano collaborazioni con Antonello Salis, Mauro Pagani, Daniele Sepe, David Riondino.
Il disco successivo, FUORI DAL CONTROLLO (1997) segna il ritorno a un suono essenziale (basso-chitarra-batteria) e traccia ritratti di personaggi “eretici” della storia italiana (come Giordano Bruno, Pier Paolo Pasolini, ma anche Maria Goretti). CONTROVERSO (2000) chiude il rapporto con la discografia “ufficiale”, e nella primavera 2001 i Gang danno vita al progetto live Gang City Ramblers, insieme ai Modena City Ramblers.
Nel 2004 esce NEL TEMPO E OLTRE, CANTANDO…, realizzato insieme al gruppo di ricerca e canto popolare La Macina; nel 2006 viene pubblicato IL SEME E LA SPERANZA, realizzato con il contributo della Regione Marche. Sempre nel 2006 il batterista Paolo Mozzicafreddo, nella band dal 1997, muore a soli 31 anni a causa di una malattia. Nel luglio 2008 esce il doppio dal vivo DALLA POLVERE AL CIELO, stampato solo in cento copie. Nel 2009 viene realizzato, in collaborazione con il giornalista Daniele Biacchessi, IL PAESE DELLA VERGOGNA, il cui filo conduttore sono le storie d’Italia.
Ad aprile 2011 esce il nuovo disco, LA ROSSA PRIMAVERA, che ha come filo conduttore i canti della Resistenza. A pochi mesi di distanza esce GANG E I SUOI FRATELLI.
Nel 2015 arriva SANGUE E CENERE, primo album di inediti in 14 anni, prodotto da Jono Manson.
A distanza di due anni escono CALIBRO 77 e SCARTI DI LATO. Nel 2021 esce RITORNO AL FUOCO sempre con la produzione di Jono Manson e in crowdfunding.

Daniele Biacchessi

La città dei narratori

Montefiascone Rocca dei Papi Biblioteca

27-28-29 maggio

Daniele Biacchessi è giornalista, scrittore, conduttore radiofonico, autore e interprete di teatro di narrazione, regista e produttore cinematografico. E’ direttore editoriale di Giornale Radio, direttore di Radio On, responsabile della collana Contastorie di Jaca Book e Presidente dell’Associazione Arci Ponti di memoria. È stato caporedattore di Radio24-Il Sole24ore. E ancora prima ha lavorato per Rai, Italia Radio, Radio Regione, Radio Lombardia, Radio Popolare. È autore di 40 libri d’inchiesta e di narrazione su terrorismo, ambiente, mafie, Resistenza e Storia contemporanea. Tra i suoi lavori pubblicati da Jaca Book segnaliamo “L’Italia liberata. Storie partigiane” (2019), “Un attimo quarant’anni. Vite e storie della strage alla stazione di Bologna” (2020),  “Il sogno e la ragione. Da Harlem a Black Lives Matter” (2021), “I nuovi poveri. Inchiesta sulle disuguaglianze, conversioni ecologiche, mondi possibili (2022).

Massimo Priviero

La città dei narratori

Montefiascone Rocca dei Papi

Sabato 28 maggio ore 22

Massimo Priviero è musicista, autore e scrittore. Ha pubblicato nella sua carriera ormai più che trentennale 15 album, usciti in Italia e in vari altri paesi europei, vendendo complessivamente più di mezzo milione di copie dei suoi lavori. I suoi album sono da sempre in felice equilibrio tra quel che chiamiamo rock d’autore e costante ricerca poetica di suoni e parole. Naturalmente, assai numerosi sono stati i concerti nell’ambito dei suoi tour in Italia e non solo. E’ da sempre personalmente schierato a difesa di certi particolari valori di vita ed è attivamente impegnato sul fronte sociale. E’ altresì laureato in filosofia politica. Tra i suoi ultimi album, prima di “Essenziale” uscito ad ottobre 2021, citiamo “All’Italia” (2017), che racconta le storie della migrazione italiana di ieri e di oggi.  

Tuscia terra di colline, borghi, cibo, vino e mare

Tuscia terra di colline, borghi, cibo, vino e mare

di Daniele Biacchessi

La Tuscia è luogo antico, zolle di terra viva, borghi, colline, laghi, cielo, vigne e buon cibo, umanità, e molto altro ancora. 

Da qualunque posizione, una collina ne nasconde sempre un’altra, leggermente più alta, e sopra le colline si intravedono le rocche (la Rocca dei Papi di Montefiascone), i torrioni dei castelli, le fortificazioni che difendevano gli uomini, tanti anni fa, paesi fantasma (Celleno), città che muoiono (Civita di Bagnoregio).  E intorno ai pendii, sulle rive del lago (Bolsena), nelle piane emergono antiche civiltà come quella degli Etruschi (Il Parco archeologico di Vulci).

Di ottobre e novembre, i colori sembrano dipinti da un grande pittore, con tutte le sfumature tra il giallino delle foglie, il marrone degli alberi e della terra, il verde dei prati, l’azzurro del lago, e il bianco spumeggiante delle onde del mare. 

D’inverno, i tramonti diventano brillanti intorno alla palla di fuoco del sole rosso che va a spegnersi nella linea dell’orizzonte dell’infinito del mare.

La primavera la senti arrivare quel giorno in cui stormi di migliaia di uccelli si posano sul prato per pochi secondi, e poi si alzano tutti insieme per poi planare poco più in là, verso una metà sconosciuta.

L’estate ha il sapore del mare e del vento, porta la vista delle barche dei pescatori di lago che tornano nel porto di sera e delle reti colorate messe ad asciugare al sole.

La Tuscia è terra di popoli che hanno visto la miseria più terribile, e che la malora l’hanno trasformata in ricchezza. 

Però la Tuscia non è luogo per viaggiatori distratti, vocianti, attaccati ai telefonini, angosciati dalla frenesia delle grandi città. Porta con se un tempo giusto, una lentezza attiva.

Una collina ne nasconde sempre un’altra, leggermente più alta, e sopra le colline si intravedono le rocche e i torrioni dei castelli, e intorno alle colline si muove il sistema delle vigne che sanno di Est Est Est.

Non c’è angolo della Tuscia che non sappia di vino, e sapori intensi di cibo e di vita ancora rimasti genuini. 

Montefiascone

La leggenda di Defuk

di Daniele Biacchessi – Foto di Edy Giraldo

Corre l’anno 1111 e il futuro imperatore del Sacro Romano Impero Enrico V con il suo corteo si sta recando a Roma per farsi incoronare dal Papa Pasquale II.

A fianco dell’imperatore c’è un personaggio nobile, leggendario e misterioso di nome Johannes Defuk, grande intenditore ed estimatore del buon vino. Il gruppo raggiunge la Tuscia e Defuk, affascinato dai rigogliosi vigneti, manda in avanscoperta il suo servo Martino con il mulo con l’obbiettivo di esplorare i borghi e località dove cantine e taverne sembrano conservare il migliore vino.

Martino deve assaggiare il vino e se risulta molto buono, deve scrivere fuori dal locale “Est  (c’è). Martino arriva a Montefiascone e scrive  “Est !!! Est!!! Est.!!!”.

La leggenda narra che Defuk, apprezzando la prelibatezza del vino bianco si ferma a Montefiascone per berne il più possibile e poi al ritorno abbandona l’imperatore e si stabilisce definitivamente nel paese.

Ne beve talmente tanto che si ammala e muore nell’anno 1113.

 Prima di morire Defuk stabilisce con la cittadinanza di Montefiascone il seguente patto, una sorta di testamento: per sdrammatizzare, esorcizzare la sua fine, all’anniversario della sua morte si deve versare un barile di vino sulla sua tomba, in cambio lascia in eredità alla città i suoi averi: il  cavallo, l’armatura il vestiario e un sacco di scudi d’oro.

Un rituale ripetuto più volte in epoche passate fino al XVIII secolo.

 Defuk viene sepolto a Montefiascone all’interno della chiesa di San Flaviano in una pietra tombale in rilievo con la sua figura.

 Il Vescovo ha un mantello ed un mitra in testa, ai lati sono scolpiti due stemmi forse elementi araldici del casato, mentre ai lati della bocca notasi la presenza di due coppe. Su una piccola lapide scritta dal suo servo Martino si può leggere il seguente epitaffio abbreviato: “est est est per il troppo est qui è morto il mio signore Giovanni Defuk.”

Ferento

Le pietre che parlano

di Daniele Biacchessi – Foto di Edy Giraldo

Teatro antico di Ferento, città fondata da genti etrusche sul colle di tufo di Pianicara, ai piedi dei monti Cimini, nel IV sec. aC.
La storia del Teatro di Ferento cominciò agli inizi del I sec. dC, con la costruzione dell’edificio originario, avvenuta nella parte occidentale della città e nei pressi della via Ferentiensis.
Il teatro fu restaurato durante la seconda metà del II sec. dC, probabilmente in epoca severiana, e di nuovo nei primi decenni del IV sec. dC.

L’opera mostra le caratteristiche tipiche dei teatri romani costruiti a partire dalla fine del II sec. aC e somiglia al teatro di Fiesole (tarda età repubblicana – prima età augustea) al teatro di Volterra (epoca augustea), al teatro di Marcello a Roma e a quello di Merida in Spagna.
L’edificio è orientato in direzione nord-sud e presenta una cavea, in parte scavata nel tufo e in parte sostenuta da una galleria semicircolare e da vani radiali, sormontata da 27 arcate (circa 2.5 metri di diametro) realizzate a tutto sesto e in peperino.

L’accesso all’orchestra (o platea), posta tra gradinate e palcoscenico e destinata nel mondo romano ai posti dei senatori e delle persone di alto rango, era regolato dalle parodoi, corridoi inclinati delimitati da muri edificati nel tipico opus reticolatum degli antichi romani.
Il pavimento dell’orchestra è stato realizzato in peperino e risulta oggi ben conservato.

Davanti all’orchestra, e separato da questa da un fossato (profondo 1,5 metri e largo 5 metri e sormontato da un pavimento di legno), il muro di sostegno del palcoscenico (pulpitum) era occupato da una serie di nicchie intervallate da colonnine ed era forse decorato da bassorilievi di marmo.

Al di la del palcoscenico la scena, attualmente in parte conservata, offriva agli spettatori l’immagine di tre porte incassate (la regia al centro e le Hospitales ai lati) utilizzate dagli attori.
L’accesso agli ambienti di servizio e al foyer del teatro era originariamente regolato dalle undici porte aperte sul postscaenium, sette delle quali si sono conservate fino ad oggi.

Il Teatro di Ferento è un luogo incantevole e unico nel suo genere.

Il parco dei mostri di Bomarzo

Il mistero dei mostri di Bomarzo

di Daniele Biacchessi – Foto di Edy Giraldo

Si trova a poco più di novanta chilometri da Roma il parco dei mostri di Bomarzo vicino a Viterbo ed è proprio una bellezza dietro l’angolo.

E’ il 1950 quando le cineprese di Michelangelo Antonioni entrano per la prima volta in questo luogo incantato. 

Il “Sacro Bosco” come qualcuno lo chiama, “La villa delle meraviglie” come altri lo definiscono, è in realtà lì dal 1547, quando l’architetto Pirro Ligorio regala al principe Pier Francesco Orsini questo gioiello dalle costruzioni strane, sbilenche, popolato da figure paurose e per nulla tranquilizzanti, ma affascinanti.

Vi sono architetture impossibili, come la casa inclinata, statue enigmatiche che appartengono ad un itinerario di matrice alchemica. 

Si cammina dentro un bosco di tre ettari, tra conifere e latifoglie, tra sculture di varia grandezza ritraenti personaggi e animali mitologici, edifici che riprendono il mondo classico ignorando volutamente le regole prospettiche o estetiche, allo scopo di confondere il visitatore. 

Una bellezza unica da riscoprire, come fece Salvador Dalí secondo cui il Parco dei Mostri è un’invenzione storica unica.

Civita di Bagnoregio

Civita di Bagnoregio, un ponte tra l’uomo e le nuvole

di Daniele Biacchessi – Foto di Edy Giraldo

Il viaggio che vi propongo oggi sta nel cuore della via Francigena, in quel tratto che da Acquapendente va a Roma, passando per Montefiascone.

La zona è tra le più belle e poco conosciute d’Italia: la Tuscia. 

La bellezza è dietro l’angolo, giusto a metà strada tra Firenze e Roma, in mezzo alle campagne della provincia di Viterbo.

Lo scrittore Bonaventura Tecchi la aveva descritta come “la città che muore”.

A vederla da lontano, magari all’alba, tra le nuvole basse, Civita di Bagnoregio sembra appesa ad un filo sottile che la tiene erta sui calanchi in mezzo ad un paesaggio da fiaba, in un’area tra il lago di Bolsena e la valle del Tevere. 

La avevano fondata gli Etruschi. Già 2500 anni fa dovettero combattere l’erosione della terra, le frane e le scosse telluriche. Poi arrivarono i romani che completarono le imponenti opere di canalizzazione delle acque piovane e di contenimento dei torrenti avviate dagli etruschi.

Da allora Civita ha resistito all’urto del tempo, e oggi per raggiungerla bisogna attraversare a piedi il ponte di cemento armato lungo 200 metri costruito nel 1965, il solo manufatto dell’uomo che la collega al mondo.

Per il resto, la collina su cui si poggia il paese si sta lentamente ma inesorabilmente sgretolando a causa della fragilità del terreno argilloso.

Eppure il fascino di Civita di Bagnoregio sta proprio in questo suo stato  provvisorio, al contempo eterno, dove tempo e spazio pare si siano fermati per sempre nelle storie del passato dell’uomo.